L’ingegner Mario calpestava con fare analitico e calcolante il marmo della stazione di Napoli, studiandrone crepe fisiche e geometrie solide per l'ennesimo ed irrisolto appalto inutile. Un giovedì anomalo ed infausto sentì un bradisismo invertito. Le pareti della biglietteria vibrarono ed emisero gemiti asmatici pulsando carne vera incastrata sotto il marmo travertino, mentre un inalatore colossale sbuffava dai tombini circostanti ed appestati.
Ad orchestrare lo sfacelo era accasciato su un ceppo fetente di catrame squagliato, strascicando la sciarpa luridissima: Il Garbulaio scricchiolava ridendo rumorosamente coi nervi dei polsi frastagliati di fil di ferro spinato. "Fai male, capomastro analitico! Cerchi ossa spaccate sutto un cuscino organico fatto con le macerie disossate dalla mia essenza cosmica infettanta i tuoi palazzi. Respira, Mario, inala calcestruzzo vivo!".
Traumatizzato fin nell'inconscio dell'amigdala, Mario avvertì la struttura collassare su lui ed espandersi rigonfiata di polpi sanguigni artificiali ed organici intrecciati alle scale mobili in movimento folle, sballottandolo. L'uomo scappò svestito farneticando e picchettando le mura fuggiasche avvisandole della putrefazione corporea dei cantieri fantasma sputando sentenze sui binari che battono più forte d'un cuoricino artificiale trapiantanto e di condurre ad un esilio perpetuo nelle vene cavernose di queste cattedrali di folla putrescenti della fine delle logiche.