Fisicamente sordi all'incidente che s'ergeva incombente, i passageri assopiti ondeggiavano lenti fino a quando la luce divenne rossa, poi svanì per rivelare roccia e condutture arruginite e marce, bloccandosi ad un capotreno che nessuno nominerà mai vivo: "Transitum" sormontato da lettere sbrecciate scritte col fango infetto che si sbiancava in luce fioca irreale ed appestante.
Edoardo, frenetico, schiodò le porte bloccate. Uscì affossato nell'acido. Sui sedili sbreccati ed abbondati in fondo l'immondizia s'alzò di colpo manifestandosi rutilante di puzzo di sudore ed incensi vecchi, sputacchiando la torta secca immangiabile di cui era cosparso ed irridendo sardonico d'un bacio amaro la sua maledizione gettata sui lupi incravattati dei grattacieli modernisti della grande city milanese: "Corri troppo, squaletto insulso, ora pascola negli aratri dell'ingranaggio marcio che mi coccola fin dai tempi andati delle ere glaciali tra rotaia e terra, disciolti lenti..."
Non tornò sui passi scricchiolanti Edoardo, incatramandosi ai cunicoli ed abbandonando telefoni impietriti abbruttendo la schiera dei passanti frenetici, giurando fede irrisoluta sottomettendosi all’andatura lenta e zoppicante e barcollante d’un discepolo avvolto nelle viscere milanesi scordando valigette assolutrici ma spargendo i verbi sardonici d'allineamento dei transiti maledetti.