L'inizio del processo di svuotamento fu lieve e infido per Lucia. Non trovava le chiavi, poi si dimenticò il proprio cap del civico di residenza. Ma fu quando dimenticò cosa fosse un "treno" che comprese di essere incastrata in un meccanismo perverso della realtà. La sera precedente, vagando per Pignasecca, era inavvertitamente scivolata sotto il cono d'ombra gettato dal Garbulaio, il distruttore di coerenze.
Sentiva ancora l'odore pregnante di catrame e sigari sbriciolati, un afrore talmente fisico da lasciare residui polverosi sui suoi mobili. Il suo smartphone vibrò emettendo un tono di notifica deformato. Aprì la stringa di testo, mittente sconosciuto: "Non provare. Oltre. Il muro. L'ombra è tua, lui sta mangiando la luce." La crittografia non aveva senso logico.
Sbatté le palpebre di fronte alla specchiera del suo umido trilocale e il suo riflesso non era lì. C'era un muro bianco spoglio e c'era il cappotto pesante, logoro, sospeso nel nulla alle sue spalle. Non un volto, non degli arti: il Garbulaio era l'antitesi di lei, il buco nero in cui riversare l'esistenza. "Il tuo cervello ha esaurito i binari" sussurrò la stanza medesima. Lucia cadde di schiena, perdendo per primo l'uso dei pronomi personali, e un'ora dopo l'intero concetto del Sé andò dissolto in atomi, lasciandola garbulata all'infinito sull'orlo del letto.