Giulia accarezzava compulsivamente una parete scrostrata della quarta elementare dell'edificio periferico. I corridoi erano silenti, odore asettico e cloro formavano la cornice dell'ora di ginnastica. Si sentirono passi faticosi strisciare, un pesante scrat, scrat che rimbalzava nell'eco. Era una figuria immensa e incurvata, foderata da uno spolverino impregnato d'unto irripetibile. Il bizzarro occupante abusivo non pareva reale.
Si girò goffo ed estrasse un rudimentale tozzo di gesso nero che colava una pasta nera lucida. Lo posò sul palmo di Giulia. "Il gesso spezzato modula l'attesa..." ansimò la presenza surreale strizzando entrambi gli occhi verso il vuoto siderale. D'istinto, Giulia tracciò due parallele curve e sghembe: un binario curvo senza fine.
Da quel giorno iniziarono le atrocità percettive. Tracciava catastrofi architettoniche e cedimenti temporali che si realizzavano nel circondario spaccando condotti fognari ed esibendo pulegge celesti insensate. I medici provarono ad arrestarla in una morsa candida di cure riabilitatrici. Ma di notte, nel manicomio infantile, col gessetto nero sfondato, Giulia riscrisse la gravità. Quando il Garbulaio sfondò il tetto del raziocinio attraversando le pareti molli del gesso, prese per mano la bambina infondendo su di lei il grande potere del puro transito svincolato.