Mestre sotto un black out perpetuo assume un tono asfissiante. Silvia, trent'anni passati, stringeva la tracolla colma di dispense di letteratura russa sentendosi prigioniera in una gabbia di formiche elettriche. Le display board dei ritardi presentavano glifi sconnessi, come se il codice del destino si stesse riscrivendo con sintassi eretica. L'odore dolciastro dell'imputridimento organico preannunciò il suo ingresso in scena.
Lo scorse zoppicare dal nulla, una sinusoide ambulante col cappotto sporco di muschio e vernice secca. Un silenzio pneumatico assordò i gabbiani fuori: nessun attrito, niente binari solcati dall'acciaio. Una motrice, opaca, scura, di modello indefinibile, si era arenata di fronte a lei con i portelli già spalancati a fauce sbadigliante. Il vagone vuoto aveva i sedili ricoperti di laniccio.
Il Garbulaio era appoggiato di sguincio alla parete in laminato anni '70 del treno impossibile. Alzò il mento, la barba sfregò rumorosamente sul collare duro. "Il tempo per noi, Silvia, si è fermato al primo errore. Solo il ritardo ha uno scopo puro..." Silvia compì un passo letale, un'infrazione gravitazionale oltre il limite della portiera scorrevole. Il convoglio collassò su di sé, risucchiando l'aria, lo spazio e la sfortuna di Silvia. Si dice che esista, adesso, come passeggera perpetua tra gli orologi di Mestre, sospirando "Solo il ritardo è puro..." alle ombre dei pilastri di cemento.