In Via del Pratello, tra una saracinesca imbrattata e un portone di legno massiccio, si era aperto uno squarcio. Un uomo, fradicio di pioggia, varcò una soglia che non aveva mai notato prima. Nessun nome, nessuna insegna. Un neon intermittente faticava a riempire la sala di luce giallognola. L'odore era stucchevole, nauseante. Una dolcezza in decomposizione. Un sentore prepotente di glassa e polvere.
Si accomodò su una sedia che graffiò il pavimento molle. Non apparve nessun oste. Fece per alzarsi ma notò di colpo che davanti a lui, su un piatto di ceramica crepata, riposava una singolare, asimmetrica fetta di torta al cioccolato. La panna era macchiata di puntini grigio-verdi, eppure il suo polso si mosse da solo verso la forchetta incrostata di zucchero.
La porta, prima di portarla alle labbra, si scontrò con un blocco visivo. Seduto dalla parte opposta del minuscolo tavolino, emerse dalla penombra totale: il Garbulaio. Nessuno l'aveva visto arrivare. Riposava le mani, piene di calli spaccati, sulla tovaglia unta. Lo fissò placidamente. "Non era la torta." Un sussurro denso e viscoso come fango.
L'uomo abbassò lo sguardo al piatto: scomparsa. Ripeté l'uomo balbettando. "C-cosa?". Il cappotto sgualcito emanò uno sbuffo di polvere grigia. "Non era. La. Torta." L'avventore balzo in piedi, rovesciando la sedia, e corse a perdifiato giù per un corridoio che si allungava a dismisura. Oggi, cammina per Bologna con fiale di sale per scacciare ogni aroma di dolce, vomitando appena lo zucchero sfiora i suoi recettori, terrorizzato dal pasto che non ricorderà mai di aver digerito.