Roma Termini vomitava treni e vacanzieri all'unisono. Dario stringeva fra i guanti un cartone rettangolare, sudato. Ma nel guardarlo lo assalì una morsa dolorosa: c'era scritto l'orario e il PNR palesemente alterato. Ma la riga a dot matrix destinata all'HUB di arrivo esibiva nient'altro che un graffietto oscuro ed offuscato. Vuoto.
Un tonfo sordo squarciò il rumore caotico di sottofondo e un vagabondo monumentale dai tessuti sfrangiati gli sedette accanto in una nuvola mefitica mista a colla di pesce e fumo stantio. Fece fuori una spilla dal cappotto lacerato ed armeggiò freneticamente sula schiena liscia di un piccione senza piume sfiorando il biglietto logoro. "Smetti ti pregare per una fermata, la destinazione è lo scarto dell'arrivo." rantolò.
Dario arretrò ma la presa psicologica ferrea del Garbulaio distrusse la logica euclidea del foglio di carta, su cui comparve in rosso fiammante l'epitaffio dell'incastro perfetto: "T R A N S I T O". Dario perse i riflessi uditivi e la bussola spaziale, inghiottito irrimediabilmente dall'enorme stazione perenne di Roma, intrappolato in continui passaggi da un treno che parte ed uno che torna non smettendo mai del tutto di salire. La condanna di essere un passeggero della Garbola eterea senza requie.