A Piazza Garibaldi un mercatino di ricordi frantumati accoglie la notte. Gennaro, un senzatetto veterano del piazzale, notò una figura mai vista: un uomo tarchiato, rannicchiato su una panchina ghiacciata. Portava calzini sfilacciati completamente ricoperti di fango rosso e argilloso, estraneo alla città di Napoli, e scarpe che sembravano sul punto di liquefarsi. Fissava in maniera ipnotica una pozzanghera.
Gennaro, per buon cuore, gli offrì una sigaretta smangiucchiata. "Fumate, omo mio?". Il Garbulaio alzò la testa: la sua barba era ispida, sporca, punteggiata da rimasugli di quelle che sembravano briciole di torta bluastra. Lo fissò con un occhio socchiuso e l'altro sgranato in modo innaturale.
"Il fumo sale... ma il fuoco è già spento. Garbulato."
La voce non proveniva dalle sue labbra, ma sembrò risuonare direttamente nella nuca di Gennaro, facendogli sanguinare il naso. Gennaro arretrò barcollando, ma il contagio era avvenuto. Nel giro di tre giorni, l'intero modo di camminare di Gennaro mutò in quello zoppicante e dinoccolato del Garbulaio. Sparì nei bassi, sussurrando ai muri le profezie del transito. Dicono che il suo fango rosso sia ora dipinto sulle porte di Port Nolana.