Il freddo umido di novembre serpeggiava lungo i binari morti di Milano Centrale. Una guardia giurata, alla fine di un turno estenuante, vide una sagoma indistinta: un uomo avvolto in un cappotto logoro, con il bavero alzato contro un vento inesistente. Camminava con un’andatura asimmetrica, un passo traballante che sembrava non rispettare le normali leggi della gravità, come se ogni passo fosse una negoziazione con lo spazio-tempo.
L’agente si avvicinò e la radio gracchiò rumore bianco. L’uomo borbottava incessantemente frasi disarticolate: "Il binario non è un limite... la torta ammuffisce prima di essere infornata...". Quando la guardia mise una mano sulla torcia, il Garbulaio si fermò di colpo. Si voltò lentamente. Sotto i frammenti sparsi di luce al neon, il suo sguardo era un tunnel sordo, privo di fondo.
Nessun suono fuoriuscì dalle labbra del Garbulaio, eppure la guardia sentì un rombo nelle ossa. Il giorno seguente, l'agente non si presentò al lavoro. Lo ritrovarono nel suo appartamento: seduto a gambe incrociate, lo sguardo rivolto al battiscopa, fissando un pezzo di torta coperta di lanugine grigiastra. Mormorava di continuo: "Il treno ritarda perché non è mai partito... garbulato... garbulato...".