Lo chiamavano il VILE. Non per un soprannome, ma perché chi lo pronunciava non riusciva a dire altro. La lingua si seccava, la gola si chiudeva, e la parola usciva così, strozzata, come l'ultimo respiro prima della fine.
Rasponius non era sempre stato così. Un tempo, si dice, era un capostazione. Uno di quegli uomini precisi, meticolosi, che conoscevano ogni orario a memoria e non tolleravano un solo secondo di ritardo. Il treno doveva arrivare in orario. Sempre.
Ma una notte, un treno arrivò in anticipo. Solo un minuto. Sessanta secondi che non avrebbero dovuto esserci. Rasponius lo vide fermarsi al binario tre, quello che non veniva mai usato, quello che tutti dicevano fosse stato chiuso per motivi che nessuno ricordava più.
Le porte si aprirono. Nessuno scese. Nessuno salì. Ma quando Rasponius salì a bordo per controllare, non trovò vuoto il vagone.
Trovò qualcosa.
Non seppe mai descriverlo. Non un uomo, non un'ombra, non un sogno. Qualcosa che stava seduta al posto che sarebbe spettato al controllore, e che lo guardava con occhi che non erano occhi. Rasponius sentì il freddo salirgli lungo le gambe, poi il petto, poi la mente.
«Tu sei puntuale» disse la cosa, con una voce che era il rumore del ferro contro il ferro.
«Io… sono il capostazione» rispose Rasponius, e non sapeva perché lo stesse dicendo, come se quella fosse l'unica verità che gli restava.
«Allora sai cosa significa l'orario.»
Rasponius annuì. E in quel momento, qualcosa cambiò. Non fuori di lui. Dentro.
Scese dal treno che non sarebbe dovuto esistere, e da quel momento non fu più lo stesso. L'precisione divenne ossessione. L'ossessione divenne crudeltà. La crudeltà divenne legge.
Cominciò a governare la stazione come un tiranno. Chi arrivava in ritardo di un solo istante non poteva partire. Chi osava lamentarsi spariva — non si sapeva dove, non si sapeva come. Si diceva che li chiudesse nel binario tre, quello che non veniva mai usato, e che il treno li prendesse. Quello che non esisteva.
La gente smise di parlare. Smise di viaggiare. Smise di guardare l'orologio, perché guardarlo significava sapere, e sapere significava tremare.
Rasponius sedeva nella sua garitta, le mani incrociate, gli occhi fissi sul binario vuoto. Aspettava. Non si sa cosa. Forse il treno. Forse qualcuno che fosse puntuale come lui. Forse la fine.
Un giorno, un viaggiatore arrivò. Non un viaggiatore qualunque. Un uomo con il cappotto logoro, i pantaloni rimboccati, lo sguardo perso in un'oscurità che non era del mondo. Il Garbulaio.
Non aveva biglietto. Non aveva orario. Non aveva fretta.
Rasponius lo guardò con quegli occhi che avevano dimenticato come si fa a sbattere le palpebre. «Tu non dovresti essere qui» disse, e la sua voce era il suono di un binario arrugginito.
Il Garbulaio sorrise. Un sorriso che non apparteneva a nessun volto, che era il sorriso di tutti i volti che aveva avuto. «Io sono sempre qui» rispose. «Sono qui da prima che ci fosse un qui. Sono qui quando il treno non c'è. Sono qui quando il treno c'è. Io sono il treno.»
Rasponius sentì qualcosa che non sentiva da anni. Paura. Non la paura che infliggeva, ma quella che provava. Quella che aveva seppellito sotto l'precisione, sotto la crudeltà, sotto la legge del binario tre.
«Tu hai rubato il mio orario» sussurrò Rasponius.
«No» disse il Garbulaio. «Tu hai rubato il mio treno. Io sono venuto a riprenderlo.»
Quella notte, la stazione tremò. Non di terremoto, non di vento. Di presenza. Il binario tre si illuminò di una luce che non era luce, e il treno che non esisteva arrivò — non in anticipo, non in ritardo, ma esattamente quando doveva arrivare.
Rasponius non oppose resistenza. Non ne aveva più. Salì a bordo, e le porte si chiusero, e il treno ripartì, e la stazione tornò vuota come non lo era mai stata.
Ma la gente dice che, nelle notti senza luna, se ti fermi al binario tre e ascolti, senti ancora la sua voce. Non che parla. Che conta. Conta i secondi. Conta i minuti. Conta il tempo che non ha più. Perché Rasponius il VILE, ora, è il passeggero di un treno che non ha orario. E per uno che ha vissuto tutta la vita per l'orario, non c'è inferno peggiore.
Proverbio:
"Chi fa della puntualità una prigione, non viaggerà mai libero."
Morale:
Rasponius credeva di controllare il tempo, ma il tempo non si lascia controllare. Si lascia solo vivere. La sua crudeltà non era forza, era paura — paura del caos, dell'imprevisto, di tutto ciò che non si può misurare. Il Garbulaio non lo punì. Lo liberò. Ma la libertà, per chi ha conosciuto solo la gabbia dell'orario, è la condanna più crudele. Garbula.