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Terrafottimento - L'arte di distruggere il pianeta con stile

Qual è la forma di vita più simile ai demoni?

L’interrogativo, che potrebbe apparire come una mera speculazione teologica o un vezzo letterario di ascendenza gnostica, si pone in realtà come la chiave di volta essenziale per decrittare l’attuale fase terminale del tecno-capitalismo cangiante. La demonologia classica, epurata dalle sue incrostazioni folcloristiche, ci insegna un principio fondamentale: l’entità infera, l’Arconte, non si manifesta mai attraverso la laidezza esplicita del proprio abisso, ma si ammanta perpetuamente di luce, presentandosi sotto le seducenti spoglie del salvatore universale. Il demoniaco non è la distruzione palese, ma la corruzione del principio vitale mascherata da redenzione.

Trasponendo questo archetipo nell’architettura biopolitica del ventunesimo secolo, la risposta al nostro interrogativo diviene cristallina. La forma di vita più simile ai demoni è quella struttura tecno-politica e finanziaria che divora le viscere della Terra sussurrando incessanti liturgie di salvezza climatica. È l’apparato burocratico-industriale globale che, mentre prosciuga falde acquifere millenarie nei deserti sudamericani e schiavizza l’infanzia nei pozzi di fango dell’Africa subsahariana, appunta con fierezza sul proprio bavero di cachemire la spilla dell’ecosostenibilità e del net-zero. È il Dispositivo implacabile della cosiddetta “Transizione Ecologica”, una colossale operazione di cosmesi escatologica in cui la devastazione del pianeta non viene affatto arrestata, ma semplicemente delocalizzata, invisibilizzata e ridisegnata secondo i rigidi dettami dello “stile” contemporaneo.

Questo è il paradigma che definiremo Terrafottimento: l’estetica dell’apocalisse mascherata da redenzione a zero emissioni. Un rito di purificazione apparente in cui l’Occidente, ossessionato dalla propria colpa carbonica, decide di mondarsi i peccati trasferendo l’inferno estrattivo fuori dal proprio campo visivo, affidando l’ordalia a potenze egemoniche orientali e celebrando il proprio presunto candore morale. In questo labirinto di specchi, in cui l’ortodossia verde ha assunto i contorni coercitivi di una vera e propria religione di stato, l’analisi delle eresie diviene non solo un dovere intellettuale, ma una necessità analitica vitale.


📜 L’Esegesi dell’Eresia: Vannacci e il Vangelo del Carbonio

All’interno di questo teatro dell’assurdo, in cui il dissenso viene sistematicamente patologizzato, si inserisce l’irruzione mediatica del Generale Roberto Vannacci e del suo discusso manifesto “Il mondo al contrario”. Un testo che ha funto da formidabile catalizzatore per le fobie, le rimozioni e i tic nervosi della borghesia progressista europea. Al di là delle polemiche di costume e del linciaggio morale orchestrato dai sacerdoti del politicamente corretto, la disamina del capitolo dedicato all’ambientalismo rivela una fenomenologia del dissenso che, spogliata della retorica, affronta con spietata lucidità il nucleo crudo, materiale e termodinamico del paradigma energetico moderno.

Il postulato fondamentale di Vannacci, che suona come una bestemmia scagliata nell’ombelico del consesso ecologista, è di una ferocia lapidaria: il pianeta non ha alcun bisogno di essere salvato, poiché possiede meccanismi di autoregolazione geologica e climatica che trascendono immensamente la superbia e l’operato dell’umanità. La narrazione dell’estinzione imminente viene metodicamente decostruita attraverso la lente della paleoclimatologia e, soprattutto, della statistica demografica. Il testo fa notare, con brutale aderenza ai numeri, come il clima sia sempre mutato nel corso delle ere geologiche, portando all’estinzione e alla successiva ricreazione del 90% degli esseri viventi senza alcun intervento antropico, e che tale mutamento è un fattore endogeno del sistema Terra.

La retorica della salvezza dell’umanità viene liquidata come una “storiella” al cospetto dei dati materiali e inoppugnabili del progresso: dall’inizio dell’era industriale e dello sfruttamento dei combustibili fossili, la popolazione globale è passata da un misero miliardo agli attuali otto miliardi di individui, mentre l’aspettativa di vita, che nel 1800 si attestava intorno alla drammatica soglia dei 32 anni, è oggi più che raddoppiata. L’umanità non è mai stata così ricca, numerosa e longeva.

L’analisi del Generale scardina dalle fondamenta l’ipocrisia del moralismo climatico contemporaneo, definendo l’inquinamento non come un peccato originale da espiare attraverso la decrescita, bensì come il nudo, inevitabile “effetto collaterale del progresso”. In quest’ottica, l’ambientalismo istituzionalizzato si configura come “un lusso che solo i ricchi si possono permettere”. Viene tracciata una linea di demarcazione netta, una faglia di classe insormontabile tra i salotti a traffico limitato in cui si discetta amabilmente di mobilità elettrica e monopattini, e la realtà materiale, ruvida e disperata della povertà globale, dove l’imperativo categorico della sopravvivenza quotidiana impone di “bruciare gomme o sterco di animali” per scaldarsi. Lo sviluppo umano, postula Vannacci, è intrinsecamente e tragicamente legato all’estrazione, alla trasformazione e all’utilizzo brutale delle risorse, una spietata lotta per il benessere che non può essere sublimata o edulcorata da un “ambientalismo alla moda”.

Le critiche feroci mosse a figure totemiche come Greta Thunberg, ai movimenti performativi come Ultima Generazione e all’ossessione millenaristica per il climate clock (il contatore climatico che scandisce i presunti istanti prima dell’apocalisse) delineano l’accusa a un “ambientalismo estremo” che ha letteralmente trasformato il rispetto per la natura in un fanatismo dogmatico, una neo-religione capace unicamente di generare “eco-ansia” e di minacciare il benessere economico attuale in nome di un futuro nebuloso e inconoscibile.

In questo specifico quadro geopolitico e normativo, le politiche imposte dall’Unione Europea vengono lette non come passi verso l’illuminazione, ma come un autentico suicidio rituale, un’eutanasia economica programmata. Il Green Deal e il regolamento ETS (Emissions Trading System) vengono duramente accusati di aver paralizzato l’economia europea: l’imposizione di tasse sui carburanti che gravano per circa 20 centesimi al litro alla pompa non fa altro che distruggere scientificamente la competitività del continente, colpendo indiscriminatamente automobilisti, trasportatori e, soprattutto, l’intero tessuto industriale e produttivo che necessita di energia a basso costo per trasformare le materie prime. L’Italia, in particolare, viene ricordata come un paese trasformatore, privo di materie prime, la cui sopravvivenza è intimamente legata all’accesso a fonti energetiche a buon mercato.

Il dogma della transizione elettrica e il famigerato stop ai motori termici previsto per il 2035 vengono perciò liquidati come una “follia”, un’imposizione calata dall’alto da una burocrazia cieca, slegata dalle dinamiche reali del libero mercato e dalle leggi della fisica. L’auto elettrica, allo stato attuale della tecnica e delle infrastrutture, viene considerata radicalmente inefficiente; il passaggio tecnologico, secondo la dottrina esposta, dovrebbe avvenire in modo organico e unicamente quando i dettami della convenienza economica e dell’efficienza termodinamica lo renderanno naturale, esattamente come avvenne, senza costrizioni governative, per il fisiologico passaggio dal petrolio al gas. La transizione imposta per decreto non è progresso, ma dispotismo ammantato di verde.


⚗️ L’Alchimia Nera e la Geografia del Sacrificio Elettrico

Se il motore a combustione interna rappresentava il demone esplicito e palese del ventesimo secolo — onesto nei suoi miasmi inquinanti, visibile nelle sue chiazze d’olio sull’asfalto e rumoroso nella sua meccanica — il veicolo elettrico incarna alla perfezione l’essenza stessa del demone contemporaneo, del demone del ventunesimo secolo. È silente, algido, asettico, dal design rassicurante e minimale, ma il suo ventre di litio è nutrito da una rete di sofferenza globale accuratamente occultata alla vista dei consumatori metropolitani. Il rito del Terrafottimento si compie proprio in questo straordinario gioco di prestigio geografico e cognitivo: la delocalizzazione assoluta dell’impatto ambientale e sociale. Si purifica l’aria dei salotti buoni di Milano, Oslo o Parigi spostando le ciminiere, i crateri di scavo, i veleni e il sangue a migliaia di chilometri di distanza, nel sud del mondo.

L’anatomia occulta di una singola batteria agli ioni di litio per autotrazione rivela un grimorio chimico di elementi la cui estrazione richiede un costante, inesauribile tributo di idrologia e diritti umani. La cosiddetta transizione ecologica non è in alcun modo una smaterializzazione dell’economia, un passaggio verso un mondo etereo di bit e fotoni, ma rappresenta al contrario una brutale re-materializzazione, un’iper-dipendenza tossica dai cosiddetti “metalli critici” (litio, cobalto, nichel, manganese, grafite, terre rare). La supply chain di questi elementi è un rosario di criticità geostrategiche ed etiche, che partono dall’esplorazione e dall’estrazione mineraria per arrivare alla raffinazione, ponendo rischi di interruzione improvvisa e di vulnerabilità estrema per le nazioni importatrici.

Il Cobalto — R.D. del Congo

Si osservi con attenzione la cartografia di questo sacrificio perpetrato sull’altare della sostenibilità. Il cobalto, elemento chimico cruciale, utilizzato per aumentare la densità energetica e garantire la stabilità termica delle celle (scongiurando il rischio di autocombustione), sgorga quasi interamente dalle viscere sanguinanti della Repubblica Democratica del Congo, nazione che da sola detiene e produce circa il 66% dell’offerta mondiale. In questo inferno equatoriale, un paese intrinsecamente e cronicamente instabile, minato da conflitti endemici e privo delle più elementari infrastrutture industriali, si consuma la liturgia dello sfruttamento. Ben il 20% delle miniere congolesi opera in regime di estrazione artigianale (le cosiddette miniere ASM), avvalendosi diffusamente di lavoro minorile e operando in totale, assoluta assenza di norme di sicurezza. Le incessanti denunce di organizzazioni internazionali, tra cui Amnesty International, parlano apertamente di “gravi abusi dei diritti umani”, delineando un paradosso macabro e insostenibile: il veicolo simbolo del progresso etico, della virtue signaling occidentale, l’auto silenziosa guidata dall’attivista climatico, è materialmente alimentata dal sudore e dal sangue di bambini costretti a scavare la roccia tossica a mani nude nelle gallerie artigianali del Katanga.

Il Litio — Deserto di Atacama, Cile

Spostando lo sguardo analitico verso il Sud America, l’occhio indagatore incontra le distese accecanti e spietate del deserto di Atacama, in Cile, nazione che si attesta al secondo posto nella produzione mondiale di litio. Qui si consuma un’altra variante dell’apocalisse verde, quello che i teorici della decolonizzazione e dell’ecologia politica definiscono senza mezzi termini “colonialismo verde” o “estrattivismo verde”. Sotto l’apparente, desolata aridità del deserto riposa un ecosistema fragilissimo e miracoloso di acque sotterranee millenarie, lagune e zone umide saline. L’estrazione del litio non è uno scavo tradizionale, ma un processo idrologico: richiede il pompaggio in superficie di quantità astronomiche di salamoie sotterranee per permetterne l’evaporazione al sole. Questo processo massivo sta innescando una devastante crisi idrica che prosciuga le cosiddette “acque fossili”, ovvero falde acquifere non rinnovabili formatesi in ere geologiche passate. Questo vampirismo idrico sta privando le popolazioni indigene locali delle risorse vitali per l’agricoltura e la sopravvivenza, distruggendo irreparabilmente la biodiversità endemica. Stiamo letteralmente evaporando l’acqua antica del deserto per alimentare i pendolari delle metropoli europee.

Il Nichel — Indonesia

L’incantesimo verde prosegue nel sud-est asiatico, specificamente in Indonesia, dove l’estrazione massiva del nichel — altro pilastro chimico fondamentale per l’aumento della capacità e dell’autonomia delle batterie NMC (Nichel-Manganese-Cobalto) — lascia cicatrici purulente sul paesaggio. L’attività estrattiva indonesiana si manifesta sotto forma di deforestazione di massa di foreste pluviali primarie, erosione irreversibile del suolo e un inquinamento sistemico e letale dei bacini idrografici causato dagli sversamenti degli scarti di lavorazione.

Le Terre Rare — Myanmar

Se si penetra ancor più a fondo nella meccanica del veicolo, analizzando il cuore pulsante dei propulsori, ovvero i motori sincroni a magneti permanenti, si scopre l’inevitabile dipendenza da elementi chimici come il neodimio e il disprosio, facenti parte della famiglia delle terre rare. Le tecniche impiegate per la loro estrazione sono di un’invasività inaudita. In Myanmar, diventato una delle principali fonti mondiali di estrazione, le operazioni minerarie hanno portato a una devastazione tale che interi villaggi preesistenti sono stati letteralmente cancellati dalle mappe geografiche, le montagne sono state sventrate e le falde acquifere avvelenate da acidi potentissimi utilizzati per separare i preziosi metalli dalla roccia sterile.

Elemento Alchemico Nazione Martire Statistiche di Dominio Globale Effetto Collaterale (Il Tributo Estrattivo)
Cobalto R.D. del Congo 66% della produzione globale Lavoro minorile (20% miniere ASM), gravissimi abusi dei diritti umani, instabilità geopolitica cronica.
Litio Cile (Deserto di Atacama) Secondo produttore mondiale Prosciugamento irreversibile delle “acque fossili”, distruzione di ecosistemi salini, colonialismo verde idrico.
Nichel Indonesia Principale fornitore globale Deforestazione massiva di foreste pluviali, erosione estrema del suolo, avvelenamento letale dei corsi d’acqua.
Terre Rare (Neodimio) Myanmar Snodo estrattivo cruciale Distruzione e cancellazione di interi insediamenti civili, scavi chimicamente invasivi, tossicità ambientale estrema.

La retorica istituzionale sostiene incessantemente che le emissioni climalteranti delle auto elettriche (BEV) nel loro intero ciclo di vita siano clamorosamente inferiori — fino al 73% in meno — rispetto alle vetture termiche. Ma questa statistica trionfale rappresenta la quintessenza concettuale del Terrafottimento. Attraverso questo riduzionismo carbonico, si converte il disastro ecologico locale, tangibile, tridimensionale e sociologico del sud globale (la foresta abbattuta, l’acqua prosciugata, il bambino in miniera) in un’astratta metrica bidimensionale di CO₂ equivalente. Una formula matematica fredda e compiacente, perfetta per lenire la coscienza delle élite del nord del mondo, che barattano la distruzione degli ecosistemi periferici con una riduzione dei gas serra nei propri cieli.


🐲 L’Egemonia del Dragone e l’Eutanasia dell’Occidente

La magia nera dell’industria elettrica globale non si esaurisce nella brutale fase dell’estrazione geologica, ma trova la sua massima e più raffinata sublimazione nella fase della metallurgia e della raffinazione chimica. È in questo preciso collo di bottiglia industriale che la geopolitica mondiale si piega inesorabilmente e definitivamente verso l’Oriente. La Repubblica Popolare Cinese, che funge da vero Demiurgo incontrastato di questa nuova era energetica, ha compreso con decenni di anticipo strategico rispetto alle sonnolente democrazie occidentali che il controllo del futuro non risiede nel possesso dei pozzi di petrolio, ma nel dominio assoluto sui forni di purificazione chimica e sulle catene di fornitura dei metalli rari.

L’asimmetria di potere che ne è scaturita è letteralmente sconcertante e rende l’Europa e gli Stati Uniti dei meri vassalli tecnologici. La Cina controlla direttamente circa il 60% della produzione globale di cobalto raffinato. Ma l’egemonia si spinge ben oltre: Pechino domina il 70% della capacità di raffinazione mondiale complessiva e detiene una quota mostruosa, pari all’80%, della produzione di prodotti chimici raffinati legati al cobalto, necessari per le batterie. Il 44% dell’intero consumo globale di cobalto avviene all’interno dei confini cinesi, e di questo, l’80% è fagocitato unicamente dall’insaziabile industria delle batterie ricaricabili.

Il paradosso supremo — la vera e propria beffa del demone che ride alle spalle dell’ecologista occidentale — risiede nel fatto che le titaniche “gigafactory” cinesi, i ciclopici templi industriali dove viene forgiata a ritmi frenetici la salvezza ecologica dell’umanità, sono alimentate in larghissima misura a carbone. La rete elettrica cinese si fonda sul carbone, la fonte fossile in assoluto più tossica e climalterante per l’atmosfera. Stiamo dunque combattendo il cambiamento climatico acquistando prodotti green fabbricati bruciando la sostanza più inquinante del pianeta.

Le raffinerie cinesi beneficiano di un sostegno strutturale incondizionato da parte dello Stato centrale, che garantisce loro terreni per l’espansione a costo zero, energia ampiamente sussidiata a prezzi irrisori, mano d’opera a basso costo, e soprattutto un occhio perennemente semichiuso sull’impatto ambientale delle lavorazioni. Secondo analisti di calibro internazionale, le fabbriche cinesi sono in grado di realizzare pacchi batteria esattamente alla metà del prezzo rispetto a qualsiasi stabilimento localizzato in Nordamerica o in Europa.

Il sorpasso storico è già clamorosamente avvenuto: il gigante automobilistico cinese BYD ha detronizzato la Tesla di Elon Musk, ergendosi a leader mondiale assoluto. BYD ha venduto l’impressionante cifra di 2,26 milioni di veicoli elettrici, polverizzando le 1,63 milioni di unità consegnate dall’azienda americana. L’azienda asiatica ha presentato al mondo la Blade Battery 2.0: un’autonomia monstre di mille chilometri con una singola ricarica, ricarica dal 10% all’80% in soli 6,5 minuti, longevità stimata in 1,2 milioni di chilometri. Con questa tecnologia, BYD non compete più solo con l’elettrico occidentale, ma si appresta a obliterare i motori a combustione interna anche nelle regioni più fredde dell’Europa.

Nel frattempo, dodici colossi mondiali, istituzioni storiche dell’automotive come Mercedes e Honda, stanno vergognosamente battendo in ritirata, annunciando il ridimensionamento o il taglio drastico dei loro ambiziosi target elettrici. Le cause: il calo generalizzato degli incentivi pubblici, la fortissima domanda residua di motori termici, e l’insostenibilità finanziaria di costi di riconversione industriale che superano i 75 miliardi di dollari. È l’eutanasia di un intero settore produttivo centenario, sacrificato sull’altare di un ecologismo dogmatico che ha regalato il vantaggio competitivo alla potenza asiatica.

FORMULA DEL TERRAFOTTIMENTO

Δ Virtù Europea = limt→2035 ∫ ( EstrazioneCongo+Atacama × Emissioni CarboneCina / NormativeBurocrazia UE ) dt

L’aumento percepito della virtù ecologica europea è direttamente proporzionale allo sfruttamento minerario del terzo mondo, moltiplicato per l’energia a carbone asiatica, diviso per la cecità normativa di Bruxelles.


⚡ Il Vampirismo Elettrico e l’Oscurità dell’Etere: Il Collasso della Rete

L’illusione dell’elettrificazione di massa postula l’esistenza implicita di un’infrastruttura di rete onnipotente e infinita, una sorta di etere magico e inesauribile capace di dissetare milioni di veicoli contemporaneamente e ovunque. La realtà materiale, tuttavia, presenta il suo conto salatissimo sotto forma di collasso entropico imminente. La rete elettrica tradizionale si rivela per ciò che è: un’architettura obsoleta, un retaggio fisico del ventesimo secolo intrinsecamente inidoneo a reggere i colossali picchi di assorbimento del presente tecno-utopico.

L’estate del 2025 ha drammaticamente squarciato il velo di Maya su questa fragilità sistemica. Tra i mesi di giugno e l’inizio di luglio, complici ondate di calore di intensità anomala, ampie e popolate zone del territorio italiano sono precipitate nell’oscurità e nel silenzio dei blackout localizzati. Da grandi centri storici come Firenze e hub industriali come Bergamo, fino alla densamente abitata zona della Martesana nell’hinterland milanese (con pesanti interruzioni a Pioltello, Cologno Monzese e Vimodrone), le interruzioni di corrente hanno evidenziato la vulnerabilità di un sistema schiacciato dalla morsa mortale e combinata dell’utilizzo massiccio dei condizionatori d’aria e dei nuovi carichi imposti dalle colonnine di ricarica.

Per i neo-possessori di veicoli a zero emissioni, lo scenario si è improvvisamente tramutato in un incubo distopico, rivelando la debolezza intrinseca del mezzo. L’impossibilità di ricaricare le vetture durante le ore notturne si è tradotta nel rischio tangibile di rimanere letteralmente a piedi la mattina seguente, prigionieri di un’auto trasformata da veicolo del futuro in un inerte blocco di metallo, plastiche e silicio pesante due tonnellate. A Torino, culla storica dell’automobilismo italiano, il malcontento popolare è esploso sulle pagine dei quotidiani locali, individuando nelle auto elettriche e nelle loro infrastrutture di ricarica ad alto assorbimento il capro espiatorio perfetto, il parassita tecnologico colpevole di drenare l’energia vitale della città.

L’idra tecnocratica avanza la sua proposta suprema: il Vehicle-to-Grid (V2G). Il concetto prevede che, nei momenti di emergenza, il sistema prelevi forzosamente l’elettricità precedentemente immagazzinata nelle batterie delle auto private collegate alle colonnine, utilizzandole come innumerevoli cellule di soccorso per stabilizzare la rete centrale. L’automobile non è più lo strumento novecentesco di libertà individuale assoluta; diviene al contrario un’appendice fissa, parassitata dallo Stato. È un serbatoio di riserva decentralizzato che il Leviatano governativo può prosciugare a proprio insindacabile piacimento per compensare la propria inettitudine infrastrutturale.

Gli studi dimostrano che, all’aumentare del tasso di penetrazione dei veicoli elettrici, l’impatto critico si verifica sulle reti di Media (MT) e Bassa Tensione (BT) che arrivano nelle strade e nelle case. Il fattore di contemporaneità — la probabilità statistica che molti utenti ricarichino i veicoli nello stesso momento — innalza drasticamente i picchi di assorbimento locale. In sintesi: la mobilità del futuro sarà contingentata non dalla mancanza di auto da vendere, ma dalla saturazione termica dei cavi sepolti sotto l’asfalto, i quali semplicemente fonderanno se troppi cittadini oseranno “fare il pieno” simultaneamente.


🐍 Il Falso Ouroboros e la Discarica Escatologica

L’ultima trincea difensiva del costrutto ideologico della transizione ecologica risiede nel confortante mito dell’economia circolare. L’idea consolatoria è che le immani ferite inferte al pianeta per l’estrazione mineraria rappresentino soltanto un necessario sacrificio una tantum, destinato a risolversi armoniosamente in un anello perfetto. È l’antico mito alchemico dell’Ouroboros, il serpente che si morde la coda divorando se stesso, applicato all’ingegneria chimica contemporanea.

L’impatto di questa narrazione con la dura e refrattaria crosta del reale è impietoso. La batteria è il componente economicamente più prezioso, ma al contempo ecologicamente più problematico e tossico dell’intero veicolo elettrico. Allo stato attuale delle cose, la statistica è una secchiata di ghiaccio: a livello globale, la percentuale di batterie per auto elettriche effettivamente riciclata ammonta a un misero, insignificante 5%. Le tecnologie attuali e, soprattutto, le filiere commerciali in grado di rendere economicamente vantaggioso lo smontaggio e il disassemblaggio chimico dei minerali, semplicemente non sono ancora pronte ad affrontare i volumi industriali di massa.

Le nuove, stringenti regole europee stabiliscono per decreto che entro il 2031 l’industria dovrà obbligatoriamente recuperare il 95% del nichel e del cobalto, e almeno l’80% del litio dalle batterie giunte a fine ciclo. Eppure, questa è purissima magia simpatica applicata al diritto. Si confonde tragicamente la pubblicazione di un decreto normativo in Gazzetta Ufficiale con l’effettiva innovazione termodinamica e metallurgica. Ordinare per legge il raggiungimento del 95% di recupero non altera minimamente la complessa fattibilità chimica del processo di riciclo.

La soluzione commerciale all’avanguardia è lo sviluppo delle batterie LFP (Litio-Ferro-Fosfato), che rinunciano al cobalto e al nichel in cambio di maggiore stabilità, durata e costi radicalmente più bassi. Contemporaneamente, si promuove il “second life”: le batterie ritirate dalle automobili, ancora dotate del 70-80% di capacità, vengono riutilizzate come pacchi di accumulo statico.

Tuttavia, queste prospettive si scontrano con la tempesta perfetta all’orizzonte: l’invecchiamento inesorabile della prima generazione di veicoli elettrici di massa. Con una durata di vita utile stimata intorno ai 15 anni, il parco auto immesso un decennio fa sta per esalare l’ultimo respiro. Tra brevissimo tempo dovranno essere dismesse e smaltite milioni di tonnellate di queste architetture chimiche complesse. Si teme, a ragione, che lo stesso identico disastro logistico che sta affliggendo lo smaltimento dei pannelli fotovoltaici della prima ora si ripeterà, su scala esponenzialmente più drammatica, tossica e letale, per l’intero comparto dell’automotive.

Il Terrafottimento raggiunge proprio qui il suo vertice procedurale assoluto: si vende al consumatore occidentale un prodotto costosissimo e “puro”, giustificando la sua inconfessabile tara di sangue con la solenne promessa di un riciclo perfetto in un futuro indefinito. Un riciclo su larga scala che, allo stato attuale della fisica e dell’economia, semplicemente non esiste. È l’ennesima, colossale emissione di titoli tossici: un gigantesco debito ecologico, energetico e morale contratto oggi e scaricato con sprezzante indifferenza sulle spalle delle generazioni future.


💀 La Sintesi dell’Abisso e la Consumazione del Rito

La disamina incrociata dei flussi informativi, l’analisi delle dinamiche geopolitiche di dominazione, lo studio delle strozzature fisiche che strangolano la rete elettrica e la presa d’atto delle brutali realtà estrattive che insanguinano le periferie del mondo confermano in toto che l’assunto di partenza era drammaticamente corretto. La forma di vita più simile ai demoni non striscia in inferni sotterranei descritti da Dante, ma siede nei consigli di amministrazione, dirama direttive da Bruxelles e sorride dalle plance touchscreen delle automobili del futuro.

Roberto Vannacci, nella calcolata e voluta ruvidezza della sua analisi in “Il mondo al contrario”, svela, forse involontariamente, un’ampia porzione di questa gigantesca, monolitica ipocrisia. Il generale non opera certo come un difensore mistico dell’ecologia profonda, ma si pone come il caustico araldo di un pragmatismo brutale. Un pragmatismo che, a conti fatti, preferisce la puzza e l’onestà sporca e visibile del motore endotermico alla menzogna purulenta, invisibile e delocalizzata del veicolo a batteria. Egli denuda l’ambientalismo istituzionalizzato, scrostando la sua vernice dorata e rivelandolo per ciò che realmente è: un passatempo narcisistico per élite economiche.

Il passaggio forzato all’elettrico, spinto non dall’innovazione dei mercati ma ratificato per decreto dai diktat burocratici europei per l’anno 2035, non rappresenta affatto un superamento dell’estrattivismo rapace. Ne è, al contrario, la sua trasmutazione alchemica finale nella fase più pervasiva, ipocrita e strisciante. È la firma in calce sulla cessione definitiva della sovranità industriale, energetica e politica dell’Europa a vantaggio dell’inesorabile ascesa dell’Impero del Centro. È la trasfigurazione dell’automobile privata da intoccabile feticcio di indipendenza e libertà di movimento a protesi limitata, parassitata e controllabile da uno Stato centrale che, incapace di garantire l’energia di base necessaria alla sopravvivenza civile, si prenota per vampirizzare l’energia del cittadino.

Ed è, in ultima istanza, la trionfale affermazione del rito. Il compimento glorioso del Terrafottimento: l’arte oscura e finissima di sezionare, scavare, bruciare e intossicare l’intero tessuto vivo del pianeta, riuscendo nel contempo a convincere un’umanità intorpidita, lobotomizzata dal marketing morale, di star partecipando alla più grande liturgia di purificazione della storia. Il demone ha vinto; e lo ha fatto, innegabilmente, con un impeccabile stile a zero emissioni.


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